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    Convegno del 01/06/2012

    "La cura delle persone in stato vegetativo: percorso diagnostico riabilitativo e aspetti etici"

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  • La vita spezzata di Juan nel racconto della moglie Lucia: «Vorrei vederlo una volta ancora ridere di gusto»

    La vita può cambiare in pochi secondi, e il destino non lascia scampo anche quando siamo convinti di potergli stare lontano, e dopo anni di sacrificio ci si può rilassare e godere un poco di più ciò che ci riserva l’esistenza.È il 9 dicembre di un anno fa, Lucia Ana e Juan José hanno appena bevuto un caffè in un bar di via Crispi a Varese, una loro abitudine quasi quotidiana, perché vivono lì vicino. Escono dal locale e attraversano la strada sulle strisce pedonali, quando il guidatore di una Jaguar non li vede, centra in pieno l’uomo e colpisce di striscio la donna.
    Juan batte la testa una prima volta sul parabrezza, una seconda sull’asfalto, il trauma è gravissimo, e oltre a ciò ha la gamba destra e il naso rotti, il labbro inferiore tagliato. Dietro l’auto investitrice ne arriva un’altra con a bordo un’infermiera: è lei a prestare i primi soccorsi, non fa perdere la respirazione a Juan, aiuta i medici e gli infermieri dell’ambulanza.L’uomo arriva all’ospedale di Circolo in coma profondo, una famiglia è distrutta in pochi attimi. Oggi Juan José Grande, 53 anni, è ricoverato alle “Terrazze”, dopo i 20 giorni trascorsi in terapia intensiva e i 15 in Medicina Generale a Varese. La moglie, Lucia, viene qui ogni giorno, e ha accettato di raccontare questa vicenda, con grande coraggio e fermezza.«Mio marito è in stato di minima coscienza, ha un danno assonale diffuso avendo subito un’emorragia cerebrale e una lesione al polmone. Non parla, abbozza qualche gesto, e per molto tempo è stato alimentato tramite PEG e cateterizzato. Da quindici giorni, in seguito a qualche miglioramento, ha incominciato ad alimentarsi da solo, respira meglio, riconosce me e nostro figlio Damian, che ha 18 anni. È totalmente dipendente, ha l’intera parte destra compromessa e non riesce a muovere la gamba», spiega Lucia Ana Cicero, italiana di origine ma cresciuta in Argentina, a Buenos Aires. Là, dove lavorava in una farmacia, ha conosciuto Juan, che faceva il tassista, e nel paese sudamericano ha vissuto fino al 1990, quando con il marito è arrivata in Italia.«Non c’era più lavoro in Argentina, Juan vendette la macchina e con quei soldi pagammo appena i due biglietti aerei per l’Italia e circa otto mesi di vita qui. Lui voleva cambiare, io sarei rimasta, qui avevamo uno zio che ci accolse i primi tempi. Mio marito trovò lavoro come manovale, io facevo le pulizie, incominciammo un’esistenza in Italia, e nel ’94 nacque nostro figlio. Cinque anni più tardi, Juan trovò il posto alla ZMC di Cavaria, la fabbrica dove ha lavorato fino al giorno dell’incidente».La coppia lavora per anni senza risparmio e riesce ad acquistare un trilocale a Masnago, la vita sembra scorrere meglio, ci sono meno preoccupazioni, c’è qualche soldo da parte.«Juan era felice perché poteva dare a Damian una stanzetta tutta sua, lui non l’aveva mai avuta. Stavamo finalmente incominciando a rilassarci un po’, a godere di piccole gioie. Ora mi chiedo il perché di tutto questo, ma la risposta non c’è. Dopo la rabbia viene l’accettazione, sono tappe, ma non smetto di avere fede e che Juan continui a migliorare. Qui mi trovo benissimo, c’è molta disponibilità da parte di tutti, dai medici agli infermieri, alla psicologa Elena De Toma che mi segue, all’assistente sociale Francesca Noseda», continua Lucia.

    «Spero che lui non soffra e possa avere in futuro una qualità di vita migliore, più serena. Gli è sempre piaciuto moltissimo il caffè, ora lo assapora e per il momento mi basta. Lui vive un’altra dimensione, chissà se potrà prima o poi riuscire a esprimere qualcosa. Ringrazio Dio che me lo ha lasciato, chiedo solo che continui a fare piccoli progressi. Vorrei vederlo ridere, ancora una volta, di gusto».

    Redazione Sensus

    Casa di Cura Privata Le Terrazze S.r.l.
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